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Relativismo
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Il mwbarelativismo è una posizione mwbqfilosofica che nega l'esistenza di mwbgverità assolute, o mette criticamente in discussione la possibilità di giungere a una loro definizione assoluta e definitiva. In mwbwEuropa se ne riconosce la prima comparsa all'interno della mwcasofistica greca; in seguito, posizioni relativiste furono espresse dallo mwcqscetticismo antico e moderno, dal mwcgcriticismo, dall'mwcwempirismo e dal mwdapragmatismo.

Contents

Note

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Descrizione

Chi è relativista sostiene in sostanza che una verità assoluta non esiste, oppure, anche se esiste, non è conoscibile o esprimibile o, in alternativa, è conoscibile o esprimibile soltanto parzialmente (appunto, relativamente); gli individui possono dunque ottenere solo conoscenze relative, in quanto ogni affermazione è riferita a particolari fattori e solo in riferimento ad essi è vera. Per i sofisti, nessun atto conoscitivo raggiunge la natura oggettiva delle cose, né rappresenta una verità assoluta valida per ognuno. Un ulteriore punto di vista, di cui mweaLudwig Wittgenstein fu il principale sostenitore, è che, poiché tutto viene filtrato dalle percezioni umane, limitate e imperfette, per forza di cose ogni conoscenza è relativa alle esperienze sensibili per l'uomo. Citando appunto Wittgenstein:

«Se un leone potesse parlare, non lo capiremmo comunque.»

(Ludwig Wittgenstein)

Per il filosofo mwewNicola Abbagnano, l'antica sofistica, lo mwfascetticismo, l'mwfqempirismo e il mwfgcriticismo sono manifestazioni di un relativismo che tenta di crearsi una tradizione. Ma in realtà la corrente detta mwfwrelativismo, per Abbagnano, è nata come fenomeno moderno, legata alla cultura del mwgaXIX secolo. Ne è una manifestazione estrema la dottrina di mwgqOswald Spengler, nel libro mwggmwgwIl tramonto dell'Occidente (1918-1922), dove è affermata la relatività di tutti i valori della vita in rapporto alle epoche storiche, considerate come entità organiche, ognuna delle quali cresce, si sviluppa e muore senza rapporto con l'altra:

«Ogni cultura ha il suo proprio criterio, la cui validità comincia e finisce con esso. Non vi è alcuna morale umana universale»

(Oswald Spengler da Der Untergang des Abendlandes, I, 55)

Tra le varie civiltà non è possibile alcuna comunicazione, poiché non vi sono valori comuni tra esse; per cui, anche la civiltà occidentale è quindi destinata ad estinguersi.

Il relativismo nella filosofia antica

Il relativismo di Protagora

Per mwigProtagora la conoscenza è sempre condizionata dal singolo soggetto che percepisce e pensa, e non esistono criteri universali che consentano di discriminare la verità e la falsità delle conoscenze soggettive, né un bene ed una giustizia assoluti, che possano valere da mwiwnorma definitiva per i comportamenti mwjaetici.

La misura del giusto e del bene non è l'individuo singolo, ma l'intera mwjgcomunità a cui appartiene. Giusto sarà ciò che appare tale alla maggioranza, ciò che giova alla città (secondo il criterio dell'mwjwutile) ed ottiene il consenso più ampio possibile dei cittadini. Così il consenso del pubblico diviene la riconosciuta misura della verità di un discorso.

Come si vede, in Protagora c'è in ogni caso modo di discriminare fra due opzioni, che non sono equivalenti per il solo fatto di non potere essere nettamente divise in "vere" e "false", "giuste" e "sbagliate".

Il relativismo di Gorgia

Per mwkwGorgia, tutte le possibilità si equivalgono, perché non sono conoscibili e comunque non sono comunicabili. Ne consegue che con l'arte oratoria si può dimostrare che "tutto è il contrario di tutto".

Il relativismo nella filosofia moderna e contemporanea

«Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: "ci sono soltanto i fatti", direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare nessun fatto "in sé".»

(F. Nietzsche, Frammenti Postumi, (1885-1887))

È possibile parlare di relativismo riferendosi al pensiero di mwlwFrancesco Guicciardini nei mwmaRicordi e nella mwmqStoria d'Italia. Rifiutando il tentativo di mwmgMachiavelli di sintetizzare la realtà tramite princìpi unici ed assoluti, Guicciardini, infatti, si sofferma sulla pluralità delle cose. Conclude quindi che è necessario considerare ogni singola situazione in funzione del contesto nel quale essa si determina. L'attenzione si sposta dunque dall'universale al cosiddetto «particulare».

L'mwnailluminismo è relativista per quanto riguarda gli atteggiamenti religiosi e culturali, mentre propone invece il valore universale della mwnqragione e dei mwngdiritti umani.

Uno dei maggiori rappresentanti del relativismo moderno, considerato precursore del relativismo antropologico, è mwoaMontaigne. Un suo grande seguace è mwoqRalph Waldo Emerson (relativista ma nel contempo mwogperfezionista sovramorale), al quale si richiama poi, ma con grande originalità, il pensiero di mwowNietzsche. Quest'ultimo supererà il relativismo, elaborando il concetto, per certi versi di derivazione leibniziana, del mwpaprospettivismo: è di Nietzsche la celebre frase: mwpq"Non esistono fatti, solo interpretazioni", ossia visioni diverse, spinte da volontà competitive.

«Molte cose che questo popolo approva, sono per un altro un'onta ed una vergogna: questo io ho trovato. Molte cose che qui erano chiamate cattive, le ho trovate là ammantate di porpora.»

(Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, capitolo Dei mille e uno scopo)

Come spesso rimarcherà mwqaGilles Deleuze, il relativismo è tuttavia diverso dal prospettivismo, in quanto quest'ultimo introduce il concetto di 'punto di vista', uno stato esistenziale entro il quale è compresa la presunzione di una oggettività, che solo il confronto critico fra diversi punti di vista può smentire (e il relativismo comporta appunto l'istituirsi di questa relazione).

Anche mwqgFerdinand Canning Scott Schiller nega ogni verità "assoluta" o "razionale": la verità è sempre relativa all'uomo, valida perché utile a lui; il detto di Protagora è per lui la più grande scoperta della filosofia (mwqwl'uomo misura di tutte le cose)cite-ref-1[1].

In epoca contemporanea, il pensiero mwsqpostmoderno ha elaborato varie concezioni che in diverso modo si rifanno a posizioni relativiste; fra queste ricordiamo il mwsgdecostruzionismo, la teoria del mwswpensiero debole, il mwtapost-strutturalismo, il mwtqcostruttivismo di Deleuze, il mwtgsoggettivismo mwtwesistenzialista, nonché alcuni esiti dello mwuastoricismo; ma sono tante le tendenze filosofiche contemporanee in varia misura considerate relativiste.

Il relativismo culturale

mwuwTeoria formulata, a partire dal mwvaparticolarismo storico di mwvqFranz Boas, dall'mwvgantropologo statunitense mwvwMelville Jean Herskovits (mwwa1895-mwwq1963) secondo il quale, considerato il carattere universale della mwwgcultura e la specificità di ogni ambito culturale, ogni società è unica e diversa da tutte le altre, mentre i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico. In seguito il concetto di relativismo culturale diviene imprescindibile in campo antropologico, grazie anche all'attività divulgativa dell'allieva di Boas, mwwwMargaret Mead, la cui opera più celebre, mwxamwxqL'adolescente in una società primitiva (precedente di qualche anno alla formulazione esplicita del relativismo culturale), può essere considerata paradigmatica dell'utilizzo di argomentazioni di carattere relativistico come strumento di critica della società occidentale (in quel caso americana).

Da questa teoria sono derivate numerose tesi che raccomandano il rispetto delle diverse culture e dei valori in esse professati. Tali idee sostengono ad esempio l'opportunità di un riesame degli atteggiamenti nei confronti dei paesi del mwxwTerzo Mondo, richiedendo maggior cautela negli interventi e criticando la tendenza coloniale e post-coloniale ad imporre anche un sistema culturale mediante l'intervento umanitario, gli aiuti per lo sviluppo economico e/o la cooperazione internazionale (vedi mwyainculturazione). Spesso critiche di questo tipo sono state rivolte alle organizzazioni che fornivano aiuti umanitari condizionati all'adozione di determinati comportamenti, come ad esempio la propaganda religiosa delle missioni cristiane.

Il relativismo culturale infatti porta avanti la convinzione per cui ogni cultura ha una valenza incommensurabile rispetto alle altre, ed ha quindi valore di per sé stessa e non per una sua valenza teorica o pratica. Secondo il relativismo culturale i vari gruppi etnici dispongono quindi di diverse culture e tutte hanno valenza in quanto tali. Il ruolo dell'antropologo viene di conseguenza ristretto all'analisi e alla conoscenza profonda di tali espressioni culturali da un punto di vista mwygemico, mentre ogni valutazione di valore viene messa al bando come espressione di mwywetnocentrismo, ovvero del punto di vista opposto rispetto al relativismo. Posizioni simili ha espresso mwzaClaude Lévi-Strauss:

«Proprio nella misura in cui pretendiamo di stabilire una discriminazione fra le culture e fra i costumi, ci identifichiamo nel modo più completo con quelle che cerchiamo di negare. Contestando l'umanità di coloro che appaiono come i più «selvaggi» o «

barbari

» fra i suoi rappresentanti, non facciamo altro che assumere un loro atteggiamento tipico. Il barbaro è anzitutto l'uomo che crede nella barbarie.»

(Claude Lévi-Strauss, Razza e storia, dal capitolo "Contro l'etnocentrismo"cite-ref-2[2])

Relativismo morale

Strettamente associato al relativismo culturale è il relativismo morale, per il quale i giudizi di valori, le regole di condotta adottate da un determinato gruppo sociale (o anche da singoli individui) sono legati ai loro specifici bisogni e non hanno quindi alcun fondamento di assolutezza o necessità.

Relativismo e "società aperta"

Le riflessioni sviluppate da mwbwKarl Popper sulla cosiddetta mwcasocietà aperta hanno spinto alcuni pensatori, sebbene in disaccordo con le conclusioni dello stesso Popper, a ritenere che una società mwcqdemocratica, libera e aperta, debba essere legata al relativismo inteso come rifiuto di ogni verità ritenuta assoluta: la pretesa di essere a conoscenza di una verità condurrebbe alla mwcgsocietà chiusa e autoritaria.

In effetti, nel pensiero di Popper e della corrente che sviluppa la sua filosofia,

«tutta la conoscenza rimane fallibile, congetturale. Non esiste nessuna giustificazione, compresa, beninteso, nessuna giustificazione definitiva di una confutazione. Tuttavia, noi impariamo attraverso confutazioni, cioè attraverso l'eliminazione di errori [...]. La scienza è fallibile perché la scienza è umana.»

«La

società aperta

è aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e a più fedi religiose, ad una molteplicità di proposte per la soluzione di problemi concreti e alla maggior quantità di critica. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee e ideali differenti, e magari contrastanti. Ma, pena la sua autodissoluzione, non di tutti: la società aperta è

chiusa solo agli intolleranti


(Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Vol. I, Platone totalitario, dalla IV di copertina.)

Popper tuttavia, pur sostenendo come la nostra conoscenza si regga «sulle palafitte»,cite-ref-3[3] respingeva il relativismo, essendo egli in realtà sempre animato dall'aspirazione all'mwewoggettività, sia in ambito conoscitivo (dove concepiva aristotelicamente la verità come «corrispondenza ai fatti»),cite-ref-4[4] sia in ambito morale: nell'"Addenda" alla mwgaSocietà aperta e i suoi nemici, ad esempio, egli tentò esplicitamente di demolire il relativismo etico istituendo un paragone con l'ambito gnoseologico.

Notevole danno hanno prodotto, secondo Popper, il pensiero mwggmarxista e il mwgwmaterialismo, secondo i quali ogni verità sarebbe relativa all'epoca mwhastorica che la produce, ragion per cui si avrebbero anche più verità in contrasto tra loro che, anziché escludersi, convivrebbero in forma "mwhqdialettica": un pensiero foriero di relativismi che contraddice il canone principale della mwhgricerca scientifica, che è quello di accettare le confutazioni. Molta della tradizione marxista si è configurata, infatti, come

«una specie di sala operatoria in cui è stata praticata tutta una serie di operazioni di plastica facciale (iniezione di ipotesi ad hoc) alla teoria lacerata dalle confutazioni fattuali.»

(Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, vol. II, Hegel e Marx falsi profeti, dalla IV di copertina.)

«Il

marxismo

, oggi, non è più

scienza

; e non lo è poiché ha infranto la regola metodologica per la quale noi dobbiamo accettare la falsificazione, ed ha immunizzato se stesso contro le più clamorose confutazioni delle sue predizioni.»

(Karl R. Popper, op. cit.)

Altri popperiani, tra cui il professor mwigMarcello Pera, obiettano ancora che le mwiwlibertà civili e politiche, lungi dall'essere fondate sulla relatività delle nostre conoscenze, debbano ricondursi alla dignità intrinseca della persona umana, che permane quale che sia la verità o non verità delle idee e delle convinzioni di ciascuno e che assicura a tutti il diritto di far valere tali idee e convinzioni in ambito sociale e politico:

«Non c'è bisogno per fondare la

democrazia

di rifarsi al relativismo etico: basta invece riferirsi alla dignità della persona.»

Nel dibattito se esista o meno una verità sull'uomo, si gioca quella costruzione che ha come fondamento oggettivo quei mwjgdiritti umani inviolabili che sono alla base del moderno stato di diritto. Senza verità sull'uomo, dicono gli oppositori del relativismo, è difficile costruire una linea di resistenza concettualmente robusta e fondata nei confronti delle derive autoritarie o anche totalitarie.

Critiche al relativismo

Il relativismo fin dalla sua nascita è stato oggetto di contestazioni, in particolare:

• sul piano mwkwlogico: i suoi critici sostengono che se, come affermano i relativisti, nessuna rappresentazione umana può aspirare al rango di "oggettività", allora neanche il relativismo stesso può aspirarvi; pertanto esso si contraddirebbe qualora pretenda di essere nel vero.
• sul piano mwlqetico: se, come affermano i sostenitori del mwlgrelativismo etico, vale il principio di equivalenza di ogni prescrizione morale, ciò non può non avere effetti esiziali sulla società; se infatti non esiste una Verità assoluta di riferimento in base a cui poter distinguere il mwlwbene dal mwmamale, allora tutto è lecito, affermazione che pretende di porsi a sua volta come una norma assoluta, a dispetto del presunto carattere "non prescrittivo" del relativismo.

Queste critiche potrebbero essere superate solo asserendo che «niente è assoluto e oggettivo, tranne questa stessa frase», ma allora bisognerebbe ammettere che non tutto è relativo, e c'è sempre qualcosa di assoluto da cui non si può prescindere. mwmgAgostino d'Ippona diceva in proposito che chi sostiene l'impossibilità di ogni certezza è destinato a contraddirsi, perché non volendo dà sempre per scontata una certezza, ossia la certezza che non vi sono certezze. Per quanti tentativi uno faccia, non si può mai negare del tutto l'esistenza di una verità assoluta, verità che si manifesta proprio nella scoperta della relatività del mondo delle apparenze.

Fra i detrattori del relativismo vi fu mwnaPlatone, il quale combatté tutta la vita per demolire l'edificio relativista dei sofisti e sostituirlo con un sistema che rendesse possibile una conoscenza certa, e quindi una qualche forma di verità assoluta, dopo aver attribuito al relativismo la colpa dell'uccisione di mwnqSocrate, da lui ritenuto «il più giusto degli uomini», e condannato perché considerato corruttore di giovani. Oggi sappiamo che Socrate fu condannato a morte principalmente per motivi politici;cite-ref-5[5]cite-ref-6[6] tuttavia la famosa frase di Socrate «io so di non sapere niente», se da un lato esclude la pretesa di avere una conoscenza certa e valida della realtà, nasceva proprio dalla ricerca disinteressata di un criterio assoluto di mwpgverità e di mwpwgiustizia: quella di Socrate «è una verità povera - che consiste appunto nel semplice sapere di non sapere - ma è anche una verità che si dispone a diventare ricca, nel senso che è il mettersi alla mwqaricerca di quel vero sapere che ora si sa di non possedere»cite-ref-7[7].

Anche mwrgAristotele criticò i relativisti, accusando Protagora di contraddittorietà, perché se l'uomo fosse misura di tutte le cose non ci sarebbe alcun criterio per distinguere il vero dal falso (mwrwMetafisica, 1062 b 14). I relativisti inoltre, secondo Aristotele,

«...osservando che tutta quanta la natura è in movimento e che non è possibile dire alcuna verità su ciò che cambia, sostennero che non si può dire la verità su tutto quello che per ogni dove e per ogni guisa attua il cambiamento. Da questa considerazione germogliò l'opinione che tra quelle da noi esaminate è la più estremistica, quella, cioè, di quanti si professano seguaci di Eraclito, opinione che è stata sostenuta da quel

Cratilo

, il quale finì col credere che non si dovesse proferire neppure una parola, e soleva fare soltanto movimenti col dito e rimproverava ad Eraclito di aver detto che non si può scendere due volte nello stesso fiume, giacché la sua opinione personale era che non vi si potesse scendere neppure una volta!»

(Metafisica, 1010 a 12)

Agli occhi dei relativisti, invece, sostenere che l'inesistenza di una verità assoluta corrisponda ad affermare che "tutto è lecito" apparirebbe una posizione semplicistica: secondo costoro, la liceità o meno di un'azione sarebbe infatti regolata dai rapporti dei singoli tra loro (etica) e dei singoli con se stessi (morale). Più giustamente si potrebbe dire: "tutto è lecito all'interno della morale sociale". Per esempio il comandamento cristiano di "non uccidere" corrisponderebbe direttamente alla necessità etica di non danneggiare la propria società, e quindi anche ad una necessità mwsgmateriale e mwswutilitarista non dettata dal credo in una "verità rivelata", bensì unicamente dalla convenienza del momento.

All'inizio del XX secolo un'importante critica al relativismo è stata sviluppata da mwtqMax Scheler nel mwtgFormalismus (1913-1916). Secondo Scheler il fatto che i valori non siano dati in modo apodittico e non possano essere esauriti da un unico punto di vista, non dimostra necessariamente che siano frutto di convenzioni e siano privi di basi ontologiche. Cercando di conciliare l'ontologia dei valori con il prospettivismo solidaristico dell'etica, egli cita una leggenda indiana: a un gruppo di saggi ciechi venne chiesto di descrivere l'elefante che avevano di fronte, al che ognuno di loro lo descrisse in modo completamente diverso a seconda della parte che era riuscito a toccare. La pluralità delle descrizioni e dei punti di vista non intaccava però il fatto che davanti a loro esistesse un unico elefante e che, se i saggi si fossero messi a discutere fra di loro, forse sarebbero riusciti, in uno sforzo solidaristico reciproco, a farsene un'idea più completa. Il giusto e il bene non dipendono, secondo Scheler, da ciò che pensa la maggioranza o il più forte, ma da ciò che incrementa la completezza oggettiva del punto di vista, quello che più tardi Scheler definirà mwtwWeltoffenheit. La tesi di Scheler è che il singolo punto di vista etico esprima il modo in cui si costituisce l'identità della persona e quindi non sia relativistico, anche se incompiuto e quindi bisognoso di un confronto rettificativo della comunità per la sua piena definizione, ma piuttosto mwuaprospettivistico: a variare cioè, secondo Scheler, non sono i valori, ma il modo in cui i valori vengono storicamente percepiti.cite-ref-8[8]

La visione della Chiesa cattolica

Nella visione cattolica il relativismo culturale è ritenuto inaccettabile quando diventa relativismo etico e mette in dubbio le verità rivelate che sono oggetto della fede cattolica. La mwvwChiesa afferma di rispettare le culture diverse dalla propria per le quali, oggi, propone una mwwamissionarietà che parte dal valorizzare i valori propri di ogni popolo ed etnia, purché non permetta comportamenti disapprovati dalla Chiesa. Infatti, porre la propria fede accanto alle altre, attribuendo a tutte lo stesso valore, significherebbe secondo la Chiesa snaturarla; essa si richiama in proposito alle parole di mwwqGesù: «Io sono la via, la verità, la vita»cite-ref-9[9]; «Non potete servire a Dio e a mammona».cite-ref-10[10] Le posizioni contro il relativismo sono sancite nella costituzione mwygmwywGaudium et Spes, in alcune encicliche di mwzapapa Giovanni Paolo II (tra cui mwzqmwzgFides et Ratio e mwzwmw0aVeritatis Splendor), e in alcune note dottrinali della mw0qCongregazione per la dottrina della fede dove si legge: «[il] relativismo culturale [..] offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della mw0glegge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la mw0wdemocrazia».cite-ref-11[11]

Il 18 aprile mw2q2005 l'allora cardinale mw2gRatzinger affermava in un'omelia sul relativismo:

«Si va costituendo una dittatura del

relativismo

che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo.

»

L'mw4qenciclica di mw4gpapa Benedetto XVI mw4wmw5aSpe salvi del 30 novembre mw5q2007, ribadisce la posizione della Chiesa cattolica sul relativismo.cite-ref-13[13] Vi si legge infatti che

«se il progresso per essere progresso ha bisogno della crescita morale dell'umanità, allora la ragione del potere e del fare deve altrettanto urgentemente essere integrata mediante l'apertura della ragione alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana. Diventa umana solo se è in grado di indicare la strada alla volontà, e di questo è capace solo se guarda oltre se stessa. In caso contrario la situazione dell'uomo, nello squilibrio tra capacità materiale e mancanza di giudizio del cuore, diventa una minaccia per lui e per il creato.»

(Spe Salvi, 23)

Secondo i critici della visione cattolica, il paradosso di queste posizioni sta proprio nella non accettazione, da parte della mw7aChiesa cattolica, della medesima importanza tra le culture, compresa quella cattolica (al contrario dei "relativisti", che affermano di accettare di buon grado anche la cultura cattolica, purché non sia imposta a coloro che cattolici non sono). La presunta impossibilità di conciliare i valori etici delle varie popolazioni con quelli cattolici, senza che venga persa la cultura tradizionale originaria, è il tema delle critiche più frequentemente rivolte ai missionari e alla modalità di trasmissione dei mw7qvalori evangelici, che viene accusata di essere troppo occidentalizzante.cite-ref-14[14] La Chiesa accusa invece gli organi internazionali di diffondere tra le popolazioni una morale relativistacite-ref-15[15] e per questo si concentra sull'mw9ginculturazione, cercando di mediare la visione etica delle "verità" rivelate con le tradizioni locali.

Il termine è stato usato anche per criticare i cattolici che accettano che la legge civile permetta comportamenti contrari alla dottrina cattolica.

Note

cite-note-11. vedi F. C. S. Schiller, mw-gStudies in Humanism, 1902, p. x segg.
cite-note-22. In mwaqiRazza e storia e altri studi di antropologia, Einaudi, Torino 1967
cite-note-33. «La base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di "assoluto". La scienza non poggia su un solido strato di roccia […]. È come un edificio costruito su palafitte» (K. Popper, mwaqyLogica della scoperta scientifica, V, 30).
cite-note-44. «Lo mwaqostatus della verità intesa in senso oggettivo, come corrispondenza ai fatti, con il suo ruolo di principio regolativo, può paragonarsi a quello di una cima montuosa, normalmente avvolta fra le nuvole. Uno scalatore può, non solo avere difficoltà a raggiungerla, ma anche non accorgersene quando vi giunge, poiché può non riuscire a distinguere, nelle nuvole, fra la vetta principale e un picco secondario. Questo tuttavia non mette in discussione l'esistenza oggettiva della vetta; e se lo scalatore dice "dubito di aver raggiunto la vera vetta", egli riconosce, implicitamente, l'esistenza oggettiva di questa» (K. Popper, mwaqsCongetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna 1972, p. 338).
cite-note-55. E. Zeller, mwaq8Socrates and the socratic Schools, Kessinger Publishing, pp. 214 ss.
cite-note-66. mwarmIl processo a Socrate, a cura di Maria Chiara Pievatolo.
cite-note-77. E. Severino, mwarcLa filosofia dai greci al nostro tempo, BUR, 2006, pag. 110.
cite-note-88. G. Cusinato, mwarsKatharsis, Napoli, ESI, 1999, pp. 228-259.
cite-note-99. mwar8Gv 14,6
cite-note-1010. mwasmMt 6,24 e mwasqLc 16,13
cite-note-1111. mwasgmwaskCongregazione per la Dottrina della Fede, mwasomwassNota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, § II,2, 24 novembre 2002. mwaswURL consultato il 19 febbraio 2009.
cite-note-121. Papa Benedetto XVI (allora cardinale Joseph Ratzinger), mwataOmelia per la Missa pro eligendo romano pontifice
cite-note-1313. mwatqUmberto Eco, mwatumwatyRatzinger e le verità relative, in mwatcmwatgla Repubblica, 11 luglio 2007, p.mwatk 42.
cite-note-1414. mwat0mwat4mwat8Duro attacco del Papa all'Onu "Dimentica la dignità dell'uomo", su mwauarepubblica.it, 1º dicembre 2007.
cite-note-1515. Il 1º dicembre 2007 il Papa ha riaffermato che «le discussioni internazionali sembrano caratterizzate da una logica relativistica che vorrebbe considerare come sola garanzia di una pacifica coesistenza tra i popoli un rifiuto di ammettere la verità sull'uomo e la sua dignità, senza dire nulla sulla possibilità di un'etica fondata sul riconoscimento di una legge morale naturale. Ciò ha condotto, in realtà, all'imposizione di una nozione della legge e della politica che alla fine genera consenso tra gli Stati - un consenso condizionato da interessi di breve termine o manipolato dalla pressione ideologica - considerato l'unica vera base delle norme internazionali», con particolare riferimento alle interruzioni di gravidanza e alle politiche di riduzione delle nascite praticate da vari organismi internazionali, come mwauqAmnesty International. (mwauuTratto da RaiNews mwauyArchiviatomwauc il 3 dicembre 2007 in mwaugInternet Archivemwauk.)

Bibliografia

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Collegamenti esterni

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